Non è un paese per fossili

Ci sono storie, ammettiamolo, tutte “italiane”. E nello scrivere ciò, pur con tutto l’amore per il nostro Paese, non stiamo in questo caso pensando a nulla che possa inorgoglirci. È molto “italiana” l’idea di fare di questo territorio, e dei nostri mari in particolare, un nuovo Texas, un’Arabia mediterranea, puntellandoli di trivelle quando il petrolio e il gas che potremmo estrarre, a costi non competitivi sul mercato, sono poca, pochissima cosa.

Quantità che altrove sarebbero giudicate del tutto trascurabili, peraltro di scarsa qualità.

È molto “italiana” l’idea di presentare un piano di espansione delle trivelle come un’occasione immancabile per l’occupazione. Lo ammettono persino gli esperti di idrocarburi e chi opera nel settore: l’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro. A fronte di investimenti (e impatti) enormi, i nuovi posti di lavoro sarebbero davvero pochi.

È infine ugualmente propria di questa oleografia – che più che d’Italia sa di “Italietta” – la trovata per cui si racconta di un Paese impegnato a ridurre la sua dipendenza energetica e a trarre profitto dalle proprie risorse fossili. Se si espandessero le attività di estrazione in Italia, quel gas o quel petrolio infine sarebbero dei petrolieri, non del Paese in quanto tale. E sui modesti quantitativi estratti, le compagnie pagherebbero royalties tra le più basse al mondo.

Verrebbe da sorvolare, poi, per carità di patria (è proprio in caso di dirlo), sulla credibilità di un governo che fa il tour dei summit internazionali per la salvaguardia del clima sbandierando il suo impegno per la decarbonizzazione dell’economia, quando a livello domestico l’unica strategia energetica – se così la si può chiamare – messa in campo è quella di ostacolare la crescita delle fonti rinnovabili e di spalancare i nostri mari alle trivelle.

Non esiste però solo questa “Italietta”, in nulla e per nulla diversa da quella vista all’opera negli ultimi venti anni, incoerente e approssimativa, per nulla lungimirante, succube delle lobby e poco attenta ai suoi patrimoni. Esiste un altro Paese – e questo sì, vorremmo chiamarlo Italia – che non si svende per due barili di petrolio, che pensa che il mare e il paesaggio siano asset chiave della nostra economia, oltre che beni ambientali da tutelare. È un’Italia, questa, che crede che turismo e pesca sostenibile – che occupano migliaia e migliaia di lavoratori e pesano molto nell’economia nazionale – non possano essere sacrificati agli interessi di pochi; che i danni che le trivelle potrebbero fare, e quelli che comunque certamente faranno, non valgono l’impresa; che crede che “sviluppo” sia una parola da ripensare con intelligenza e comunque mai da mettere in antitesi con l’integrità degli ecosistemi e con la volontà popolare. Questa Italia, contrapposta all’Italietta della compagine renziana, ha da ieri – dopo la pronuncia della Corte Costituzionale – l’occasione per dire attraverso un referendum che un futuro “nero petrolio” non è quello che ci meritiamo.

Tratto da qui

Con il referendum del 17 aprile si chiede agli elettori di fermare definitivamente le trivellazioni in mare. In questo modo si riusciranno a tutelare definitivamente le acque territoriali italiane. Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa. Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere, occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni.

Per maggiori informazioni rimandiamo al comitato ferma le trivelle

 

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